|
Storia
e Geografia
Le
origini del Passo
Le origini del Gran San Bernardo risalgono alla preistoria. Pare che
questo passo fosse il più agevole per la traversata delle Alpi. A
seguito degli scavi effettuati nella valle d’Entremont sono state
rinvenute armi ed altri oggetti che appartengono all’età del bronzo, e
che sono state forgiate da popoli di lontane regioni; questo prova
che il passo è stato valicato da carovane di commercianti ben 800
anni prima di Cristo. Nel 388 avanti Cristo, tribù di burgundi, di
linoni e di bolani valicarono il passo per stabilirsi nel paese
degli etruschi. I soldati di Brenno, dopo la battaglia combattuta
nell’anno 390 A. C. contro i romani e i gesati (montanari gallici
della valle del Rodano), seguirono il medesimo cammino. Molto tempo
prima che le legioni romane conquistassero il passo Poeninus (nome
che aveva prima il Gran San Bernardo), oltre il quale lasciarono un
distaccamento militare, i commercianti romani lo valicarono per
stabilire rapporti di scambio con i galli. A testimonianza di ciò
furono rinvenute, durante gli scavi del terreno detto di Giove (piccola
lastra rocciosa oltre il lago situata intorno all’attuale monumento
di S. Bernardo), centinaia di monete galliche. Molti indizi si hanno
circa il culto praticato prima dell’arrivo dei romani da una tribù
d’Unterwallis, i veragri, al loro dio Penn, al quale testimoniavano
la loro fede sul passo.Nel tempo antico tutta la catena montana che
va dalla valle del Rodano fino al Monte Bianco era denominata “Mons
Poeninus”.Per l’interpretazione di questo nome è stato molto
discusso.Alcuni lo fanno derivare dalla lingua celtica, il cui
sostantivo Penn significa lima o testa; altri ne sostengono la
provenienza dal latino e, precisamente, da Poeninus o Poenus che
vuol dire fenicio. Con l’ultima interpretazione si cerca di provare
che Annibale, nel 218 A. C., ha guidato i fenici attraverso questo
passo nella sua marcia contro Roma. Esiste, infatti, nelle immediate
vicinanze dell’Ospizio, in direzione del Mont-Velan, un alto passo
alpino il cui nome è stato tramandato dalla leggenda popolare come «
passo di Annibale ». Avrebbe dunque veramente il gran capitano
cartaginese, con i suoi elefanti, attraversato le Alpi in questa
zona?Ovviamente la domanda non potrà avere mai una risposta
precisa.Giulio Cesare, dopo aver sottomesso all’impero di Roma le
tribù elvetiche, si trovò nella condizione di dover fronteggiare il
brigantaggio che si andava sviluppando, minacciando la sicurezza del
commercio romano, attraverso la via del Gran San Bernardo. A questo
scopo dovette conquistare ed occupare militarmente tutta la regione
alpina che va dal lago di Ginevra fino alla vallata d’Aosta (Augusta
Pretoria). Dapprima incaricò Sergio Galba di occupare con 12 legioni
ed una truppa di cavalieri la regione d’Octodurus (Martigny). Era il
57 A. C. Roma vide compiuto il progetto di Cesare solo 40 anni più
tardi quando tutta la zona strategicamènte tanto importante fu nelle
sue mani. Nell’anno 69 d. C. Aulienus Caecina attraversò senza
indugi il Gran San Bernardo per sostenere con le armi la candidatura
di Vitellio al trono romano. Intorno all’anno 286, Massimiano Ercole
con i suoi soldati percorse lo stesso cammino in occasione
dell’esecuzione capitale in massa delle schiere cristiane della
legione tebea, avvenuta presso Saint-Maurice. L’imperatore Augusto,
verso l’anno 12 d. C., fece costruire una strada carrozzabile,
chiamata Augusta Praetoria, la quale attraverso il Gran San Bernardo
scendeva a Octodurus (Martigny) e conduceva a Tarnade
(Saint-Maurice), Viviscus (Vevey), Aventicum (Avenches), Salodurum
(Solothurn) ed a Augusta Raurica (Basel August). Così l’Europa
occidentale era collegata a Roma ed al vicino Levante attraverso il
Gran San Bernardo. Una pietra miliare romana, del tempo di
Costantino il Grande, è ancora visibile sulla strada immediatamente
vicina alla chiesa di Bourg-SaintPierre. Essa indica le 24 miglia
di distanza tra il Forum Claudii Vallensium (altro nome di Martigny)
e Augusta Praetoria (Aosta). Sulla zona piana del terreno detto di
Giove, situato dietro la statua di S. Bernardo, si trovano antiche
rovine di questa strada romana che, soprattutto ai lati del passo, è
ancora ben visibile.Molto interessante, dal punto di vista storico,
è lo Jupiterboden », piccolo spiazzo roccioso dietro il lago
occidentale dell’Ospizio.Ivi i romani innalzarono un piccolo tempio
al loro dio Giove e, per non inimicarsi un’indigena tribù celtica
che popolava quelle montagne, il cui passo era già da secoli
consacrato al loro dio Penn, gli attribuirono il soprannome di
Poeninus. In prossimità del tempio eressero una “mansio” ,
costruzione-ricovero dove si iparavano e si ristoravano i
messaggeri imperiali ed i legionari in transito. A seguito della
consacrazione del Valico a Giove e della costruzione in suo onore
del tempio, le cui mura maestre ancora oggi si possono vedere, il
passo conserva tuttora il nome di Mons Jovis, in francese MontJoux.
Il tempio di Giove fu distrutto sotto il regno di Teodosio, mentre
la « mansio » scomparve al tempo delle migrazioni e delle irruzioni
germaniche. Dalle rovine di quest’edificio, alcuni decenni or sono,
vennero alla luce più di 2000 monete romane e galliche; inoltre si
trovarono: un giavellotto romano, frecce a punta, catene da
applicarsi alle caviglie degli schiavi, diversi oggetti d’ornamento
e statue di bronzo, una reliquia dalla forma di mano con serpente,
ed una notevole raccolta di tavole votive. Le più antiche di queste
tavole sono consacrate alla divinità romana di nome Giove Poeninus,
mentre altre riproducono scritte propiziatrici per viaggi o per
altre imprese. Su alcune si può leggere, per esempio : “pro itu et
reditu” (per l’andata ed il ritorno) ; “Poenino pro itu et reditu
C. Julius Primus v..l.m.”, ecc. Nell’anno 574 i predoni longobardi
valicarono il Montjoux e penetrarono nella valle del Rodano fino ed
oltre Bex, dove furono fermati e sterminati dai soldati di Guntram, re
dei burgundi. Verso la fine di novembre del 753 il papa Stefano II
percorse, con un seguito innumerevole, il medesimo cammino per
ricevere aiuto da Pipino, re dei franchi, contro i longobardi. Anche
Carlo il Grande mandò, attraverso il Mont-Joux, nel 773, un piccolo
esercito al comando di suo zio Bernardo. La pace in Italia avrebbe
dovuto essere nuovamente restaurata. Lo stesso re valicò le Alpi con
altre truppe attraverso il passo del Monte Cenisio che si erge più a
sud. Ma nell’anno seguente, dopo che egli era stato incoronato re d’Italia,
ritornò in Francia attraverso il Gran San Bernardo. In
quest’occasione il papa Adriano I ordinava che i pellegrini delle
Alpi costruissero ospizi « affinché, affidando la loro manutenzione
ed efficienza ai monaci, si permettesse a questi ultimi di onorare
Dio con la preghiera e servire il prossimo con l’ospitalità ai
passanti ». Esisteva a quel tempo sul passo, come riparo, solo una
capanna, della cui cura erano responsabili i benedettini di
Bourg-Saint-Pierre, e l’elemosiniere di quel monastero, Hartmann,
chiamato a coprire nell’anno 851 la sede vescovile di Losanna. Nella
prima metà del Xmo secolo, bande di predoni ungheresi e saraceni
invasero le vallate del Vallese e d’Aosta, distruggendo tutto al
loro passaggio, abbattendo chiese e saccheggiando i poveri villaggi
di montagna. Così furono incenerite le abbazie benedettine e la
chiesa di BourgSaint-Pierre; entrambe furono rase al suolo. La
stessa sorte toccò, nell’anno 940, all’abbazia di
Saint-Maurice. Ugo, conte di Provenza, subito dopo essere stato
collocato sul trono d’Italia da Rodolfo II, re dei burgundi, diede
incarico ai saraceni di chiudere ai transito tutti i passi
importanti delle Alpi, e, soprattutto, quello del MontJoux, onde
impedire al suo diretto avversario e rivale, il margravio Berengario
d’Ivrea, il passaggio delle Alpi. Così il Gran San Bernardo fu
occupato per tutto un secolo dai saraceni, i quali, come nemici del
cristianesimo, divulgarono lassù il loro culto islamico e fecero
pagare a caro prezzo il transito ai viaggiatori, i quali furono
spesso depredati, trattenuti per ottenerne un riscatto o uccisi. Il
santo Malolus, abate del famoso convento dei Benedettini di Cluny,
subì uno di questi trattamenti durante un transito sul passo. Egli
infatti, mentre passava con una innumerevole folla di pellegrini
provenienti dall’Italia, fu trattenuto come prigioniero in una
caverna non lontana da Orsières, finché il riscatto stabilito in
1000 pezzi d’argento, non fu pagato dai suoi confratelli di convento.
I saraceni osarono rifiutare il passaggio alle truppe normanne che
si erano appressate ad un valico stretto e disagevole all’ingresso
del lago occidentale presso stiolum dove, come scrisse lo storico
Gregorio di Tour, tutti i viaggiatori dovevano pagare un pedaggio. I
normanni, bene armati, si aprirono la strada a colpi di spada, ma
intanto si può facilmente capire come un tale stato di cose non
potesse più durare molto a lungo su di una delle più importanti
arterie di comunicazione del mondo di allora. Molte migliaia di
pellegrini inscenarono manifestazioni di protesta per dimostrare con
ciò il loro malcontento alle autorità responsabili, per chiedere la
difesa dei loro diritti e per testimoniare la vergogna dello smacco
che loro infliggevano sempre i saraceni. Così re Knut di Danimarca,
che si trovava a Roma in visita al papa, fece pressione presso il re
dei burgundi, Rodolfo III, affinché mettesse ordine nel suo
territorio. Rodolfo III promise di fare quanto era in suo potere per
scacciare le bande saracene dalle valli d’Entremont e Buthier, ma
sarebbe riuscito a ben poco se non fosse intervenuta la divina
provvidenza che aveva prescelto S. Bernardo da Mentone per
sgomberare definitivamente il MontJoux da quelle bande di predoni.
Posizione geografica e clima
Il Gran San Bernardo è senza dubbio il più interessante tra i passi
delle Alpi. E’ situato ad un’altezza di m. 2472 ed è simile ad un
prezioso gioiello incastonato tra le potenti catene montuose del
Monte Bianco (m. 4810) ad occidente ed a nord, del Gran Combin (m.
4317) ad oriente e del Gran Paradiso (m. 4061) a mezzogiorno. Nelle
immediate vicinanze si ergono la Chenalette (m. 2889) a nord-ovest e
l’impervio Mont-Mort (m. 2870) a sud-est. Due vallate uniscono lassù
l’Italia con la Svizzera e l’Europa occidentale la valle
d’Entremont, un contrafforte della valle del Rodano, e la valle
Buthier, quella che attraverso la vallata d’Aosta conduce alla
pianura padana. E’ questa svantaggiata posizione del passo,
orientato a nord-ovest e sud-est, che permette il libero ingresso ai
venti umidi e violenti, per i quali il Gran San Bernardo è
considerato in una posizione il cui clima è tra i più rigidi del
mondo. Le temperature invernali di 30 gradi sotto zero sono
frequenti, mentre in piena estate, in un giorno afoso, il termometro
raggiunge a mala pena i 16 gradi all’ombra. La temperatura media
annuale giace sotto il punto di congelamento. Durante gli ultimi 50
anni il lago dell’Ospizio era gelato 265 giorni in media l’anno;
certe estati non sgela affatto. Le annuali cadute di neve oscillano
tra i m. 14 - 26 ed a volte ancora in aprile ne restano m. 6 - 8 il
cui spesso strato si scioglie solo verso la metà di luglio. Perché,
ci si domanda, l’Ospizio è stato costruito proprio nel punto del
passo meno esposto al sole, quindi più soggetto al vento, al freddo
ed anche alle valanghe? La risposta è semplice: l’Ospizio deve
servire coloro che valicano il passo, questa è la sua funzione e per
questo è stato costruito. Nel punto dove esso sorge, il più alto ed
il più stretto del valico, è facilmente visibile anche in mezzo a
fitta nebbia, nevischio e tormenta.
Flora e fauna
Le suddette condizioni climatiche lasciano intendere che, sui pendii
a nord simili ad un paesaggio lunare, anche durante l’estate la neve
ed il ghiaccio lascino scoperti solo i dirupi. I dolci pendii a sud,
invece, si ricoprono in luglio ed in agosto, sotto l’influenza del
sole meridionale già pungente, di una magnifica flora. La roccia
mista (ardesie primarie e formazioni di gneiss) è, in molti luoghi,
coperta da un sottile strato di terra attraverso la quale si apre il
varco alla vita più di 1200 varietà di piante, con alcune
sottospecie locali molto rare. Il terreno del passo è coperto dalla
tipica flora alpina. Vi crescono solo piccole piante di genere molto
difficile a trovarsi, per esempio anemoni, ranuncoli di ghiacciaio,
genziane, una sottospecie di salici polari nani. Tutte queste piante
contrastano vivacemente con la roccia scura invasa da licheni polari.
Il terreno a sud del passo è particolarmente fertile ed offre ai
botanici un aspetto molto interessante. Sulle alpi della Baux e di
Praz d’Arc si trovano l’artemisia glaciale, la grande Akelei blu »,
le stelle alpine e, sui depositi calcarei di colore bruno, fanno
spicco molte rare e locali sottospecie d’erbe.
Assai interessante è il mondo degli insetti del Gran San Bernardo,
poiché qui s’incontrano molte varietà di sottospecie alpine ed
artiche che sono capaci di adattarsi alle speciali condizioni
climatiche locali. Questo, per esempio, è il caso delle farfalle e
dei ditteri. Tra le suddette specie troviamo la lepre bianca
Schneehasen, il cui abituale pelo di color grigio-marrone diventa in
inverno bianchissimo, la pernice bianca che subisce lo stesso
adattamento polare, la marmotta, il fringuello.
Si possono vedere spesso aquile, camosci, volpi, come pure gli
ermellini, le piccole donnole e le bisce. Queste ultime però sono
rintracciabili solo sotto i 2400 metri. Le rondini trovano spesso
rifugio dietro l’edificio dell’Ospizio, anzi nell’Ospizio stesso
quando sono sorprese sul passo dalle violente bufere di neve, e
scendono poi nella valle d’Entremont dopo il breve riposo che salva
a molte la vita.
Dal 1822 il lago dell’Ospizio è stato popolato con avannotti di una
sottospecie d’Elritzen canadesi. Essi provengono da un lago alpino
nelle vicinanze del piccolo San Bernardo, e sono gli unici pesci
che possono sopravvivere a questo clima rigido.
Negli anni 1934-1936 alcuni piccoli laghi della zona sono stati
popolati con trote iridate. Due di questi laghi sono posti più in
alto dell’Ospizio ed i pesci vi crescono bene senza però prolificare
perché pare che a quell’altezza non possano deporre uova.
|
Gli "abitanti" del Passo
Bernardo da Mentone
Si racconta che egli nacque in un castello che ancora oggi si scorge
su una collina presso Mentone, non lontano dalla riva nord del lago
d’Annecy. S. Bernardo vide la luce nell’anno 996 da Riccardo, barone
di Mentone, e Bernolina che discendeva direttamente dalla famosa
stirpe dei Duingt. A lei dovette il giovane la sua profonda
devozione e, più tardi, anche la sua decisione di entrare in
convento. Come giovane nobiluomo suo padre lo mandò a Parigi onde
perfezionare gli studi, ed al suo ritorno, durante un fastoso
ricevimento organizzato per accoglierlo degnamente, gli presentò una
giovane nobildonna Margherita di Miollens, che egli aveva scelta per
il figlio come moglie, bella, ricca e virtuosa. I due giovani erano
una coppia magnifica ed essi si sentivano reciprocamente attratti.
Ma Dio aveva destinato le loro anime a maggiori altezze, e Bernardo
aveva intuito ciò già da alcuni anni. Con un pretesto qualsiasi egli
si allontanò dalla festa durante la quale sarebbe stato annunciato
il loro fidanzamento e chiese a suo padre di potergli parlare. In
quell’occasione gli confidò di sentirsi chiamato da Dio per entrare
nell’ordine del luogo. Il padre si mise decisamente contro la
vocazione del figlio che gli ostacolava lo svolgersi dei suoi
disegni e fissò egli stesso la data delle nozze. Cosa avrebbe dovuto
fare Bernardo se non andarsene? La sera precedente il matrimonio,
quando già la sposa e gli invitati soggiornavano nel castello, egli,
ritiratosi nella sua stanza, pregò Dio di aiutarlo ad uscire da
quella situazione. Fu illuminato come da un lampo improvviso scrisse
una lettera di spiegazione ai suoi genitori e gettandosi dalla
finestra del castello paterno fuggì nella notte profonda e densa di
nebbia. Com’egli, in questo salto, non si sia ucciso è ancora oggi
un enigma. S. Bernardo riparò sui monti, lontano dal mondo, presso
un parente di sua madre, l’arcidiacono Pietro che viveva ad Aosta e
che lo accolse in quella città sottraendolo all’ira del padre.
Quando Margherita, il giorno dopo il fidanzamento, seppe della
decisione di Bernardo, entrò anch’essa in convento per offrirsi a
Dio come sposa. Il padre adirato era impotente e perdonò a suo
figlio solo dopo molti anni, quando venne a conoscenza della fama di
santità in cui egli viveva al di là delle Alpi. In Aosta, Bernardo
fu accettato tra i canonici della cattedrale e più tardi, alla morte
del suo protettore, gli successe nella carica d’arcidiacono del
vescovado. Ancora controversa è la questione circa la sua
consacrazione ; tuttavia è certo che egli fu, per il vescovo, un
insostituibile ed attivissimo collaboratore nel dirigere gli
ospedali, gli ospizi e tutte le opere sociali del vescovado.
Bernardo fu prima di tutto un predicatore popolarissimo ed
instancabile che, con impegno straordinario, si prodigava attraverso
le più lontane vallate alpine per convertire al cristianesimo gli
abitanti ancora in parte pagani. Le sue premure per i poveri e per
gli infelici, la sua incredibile abnegazione, l’estrema semplicità
del vivere, senza un letto per dormire, solo duro pane di segale ed
acqua mescolata con erbe amare per nutrirsi, la sua facoltà di fare
miracoli, tutto insomma della sua vita lo faceva venerare e
conoscere in tutta la Savoia ed alta Italia. Egli era il grande
apostolo delle Alpi, era un alpinista senza paura se si trattava di
sottrarre anime al potere del demonio. Questa dura, pericolosa
attività missionaria tra le genti della montagna gli fece nascere il
pensiero di erigere i due Ospizi del Piccolo e del Gran San
Bernardo. Un giorno alcuni pellegrini francesi, in viaggio per Roma,
giunsero feriti all’ospedale d’Aosta dove raccontarono
all’arcidiacono di esser stati assaliti scendendo dal Mont-Joux da
bande di saraceni e di aver perduto un compagno nel tentativo di
mettersi in salvo. Allora Bernardo fu colto da una collera violenta
e santa ; radunato un numero sufficiente d’uomini coraggiosi sali
sul Mont-Joux e scacciò i saraceni. La leggenda racconta che egli,
giunto sul passo, legò la sua stola ad una colonna che si diceva
maledetta perché su di essa il diavolo pronunciava le sue profezie,
e la rovesciò. Il demonio usci sotto forma di una bestia cornuta che
Bernardo incatenò ed imprigionò in una montagna dei dintorni, dove
rimarrà fino al giudizio universale. Sempre la leggenda dice che la
montagna sarebbe il vicino Mont-Fourchon dalle cui pendici cadono
abbondanti valanghe. Per completare la sua opera, Bernardo eresse
sulla sommità del passo un convento, il cui scopo doveva essere
quello di santificare la montagna per mezzo della preghiera e di
soccorrere i pellegrini. Questo convento ed ospizio fu terminato
nell’anno 1049. Eguale comportamento ebbe Bernardo sul passo
chiamato Colonna di Giove, l’odierno Piccolo San Bernardo, dove
distrusse idoli pagani e l’occhio di Giove, e nello stesso luogo
eresse un secondo ospizio.
Benché Bernardo sia stato il fondatore di una congregazione di
canonici regolari di S. Agostino ed abbia costruito due ospizi,
tuttavia egli si prodigava incessantemente come missionario nei
vescovadi d’Aosta, Sion, Ginevra, Tarantasia, Milano e Novara fino
alla fine dei suoi giorni. Nel 1081 lo incontriamo a Pavia, dove
egli si recò per scongiurare l’imperatore Enrico IV di non assalire
il pontefice Gregorio VII con le sue truppe lo minacciò di un
terribile flagello divino, ma ogni cosa fu inutile. Da Pavia,
predicando, raggiunse Novara dove, dopo un’ultima avvincente arringa
rivolta al popolo, cadeva al suolo ed alcuni giorni dopo,
precisamente il 12 giugno 1081, esalava l’ultimo respiro. Dopo soli
pochi anni dalla morte, la Chiesa lo innalzò agli onori degli altari
e fu canonizzato nel 1123 dal vescovo Riccardo di Novara.
Dapprima il convento di Mont-Joux fu chiamato « Casa del Santo
Nicola di Mont-Joux , ma nell’anno 1149, nei documenti, fu unito il
nome del santo fondatore.
Dopo la morte di Bernardo molti miracoli sono avvenuti per sua
intercessione, la maggior parte di essi riguardano i pericoli della
montagna. Il suo onomastico è festeggiato il 15 giugno. La parte
principale della sua reliquia si trova sempre a Novara dove egli
mori; altri resti si trovano nella chiesa del convento del
Mont-Joux, ad Aosta ed in altre parrocchie montane.
In uno scritto del 20 agosto 1923 diretto al vescovo d’Annecy, il
papa degli alpinisti, Pio XI, ha dichiarato S. Bernardo protettore
degli abitanti e degli amici della montagna. Lo stesso papa
contribuì alla costruzione di un monumento in onore del santo,
eretto oltre il lago, sul terreno di Giove. Egli stesso componeva il
testo della bronzea lapide-ricordo che così dice « Pio XI supremo
pastore, antico ed assiduo alpinista, mi ha affidato nell’anno 1923
gli abitanti delle Alpi e i viaggiatori della montagna. A tutti dico
di salire sicuri sulle cime, d’arrampicarsi ancora più in alto con
me, fino al cielo.
La Congregazione del Gran San Bernardo:
Dalle origini ai nostri giorni
La congregazione fondata da S. Bernardo fu presto conosciuta in
tutto il mondo. Già nell’anno 1177 il pontefice Alessandro III, con
una bolla, dichiarava di proprietà della congregazione 78 benefici,
chiese, ospedali, ospizi e poderi donati in ogni anniversario da un
ricco fondatore.
I beni erano nelle campagne di Vaud, di Friburgo, del Vallese, della
Savoia, in Italia, in Francia e in Inghilterra. Gli ospizi di Salins
(vescovado di Besancon), Chatillon (vescovado d’Aosta) erano già
molto noti, come pure quelli di Losanna e di Vevey, il cui scopo
principale era quello di accogliere ed ospitare gratuitamente
pellegrini, poveri e viaggiatori. Tra i primi benefattori della
nuova fondazione vi fu il conte di Pfirt, il quale aveva avuto modo
di conoscere i canonici quando accompagnò il papa Leone IX
attraverso il Mont-Joux. Tra i grandi benefattori si possono
annoverare i re d’Inghilterra Enrico Il (dopo il 1160) e Riccardo Il
(dopo il 1392) ; gli imperatori romani presero l’Ospizio e tutte le
sue proprietà sotto la loro protezione e più tardi fecero
altrettanto i duchi di Savoia, purtroppo non sempre illuminati.
Anche i papi fecero molto per conferire sviluppo alla meritevole
congregazione. I canonici ospitarono nel 1148 il pontefice Eugenio
III, il quale per tutto il tempo della sua vita fu loro
particolarmente riconoscente. Innocenzo III ordinò alla
congregazione di estendere a tutti i cristiani l’opera di soccorso e
si prodigò in infiniti aiuti. Questo zelante papa apportò nel 1212
le prime riforme all’ordine dei canonici per permettere loro di
restare fedeli all’alto ideale. Anche Innocenzo IV raccomandava
ovunque i canonici di Mont-Joux i quali si espongono ai pericoli
della montagna per aiutare i poveri viaggiatori che affluiscono da
tutte le parti ».
Il preposito (titolo, del superiore generale) Martin aumentava le
entrate del convento in modo tale che una bolla pontificia nell’anno
1286 univa altre 83 proprietà.
Un altro preposito Aimon di Séchal ricevette il titolo di patriarca
di Gerusalemme per il suo zelo nella crociata a favore degli armeni.
Più tardi egli divenne arcivescovo di Tarantasia nella Savoia.
Nell’anno 1397 egli regalava alla chiesa di Mont-Joux una spina
della corona del Salvatore e la sua croce di vescovo. Entrambi i
doni si possono ammirare ancora oggi con tanti altri pezzi preziosi
nel tesoro della chiesa del convento. Nel 1438 fu eletto preposito
Jean de l’Arc, arcivescovo di Tarantasia, il quale morì dopo aver
ricoperto la carica di cardinale. Questo prelato pieno di virtù
promuoveva una riforma tra i canonici e dava loro una nuova
costituzione. Egli prescriveva loro, tra le altre cose, di portare
la cotta anche fuori della chiesa del convento. Solo più tardi, per
motivi di praticità, un indulto papale permetteva ai canonici di
abbandonare la cotta fuori di chiesa e di sostituirla con una bianca
fascia in segno della dignità di canonico. Questa fascia, di nome
rocchetto, viene ancora oggi portata sopra la sottana. Una nuova
costituzione dettata dal papa nel 1438 permetteva ai canonici la
libera scelta dei loro prepositi. Più tardi i duchi di Savoia si
appropriarono di questo diritto con il pretesto di privilegi
patronali e storici, dando inizio ad ogni sorta di abusi. In questo
periodo furono eletti come prepositi, Franco di Savoia d’anni dieci,
Ludovico di Savoia, Filippo di Savoia di sei anni e molti altri che
ricoprivano la carica solo per usufruire delle ricche entrate del
convento destinate, fino ad allora, solo ai poveri. L’ultimo di loro
fu Renato di Tollen che instaurò un regime di vita assolutamente
mondano per cui il comportamento dell’ordine lasciò molto a
desiderare. Nell’anno 1557, nel giorno di San Michele, un incendio
distruggeva l’Ospizio di Mont-Joux, e nella successiva estate ebbero
inizio i lavori per la Costruzione dell’attuale edificio, che,
nell’anno 1825, era innalzato di un altro piano.
Dopo Renato di Tollen, che moriva nel 1586, altri nove furono i
prepositi della valle d’Aosta. Fra loro si distinse il preposito
Norat. Sono da attribuire a lui la ricostruzione della chiesa del
convento e gli artistici stalli del coro, mentre ottenne nel 1674 il
permesso di far portare ai canonici la cappa rossa in luogo della
pelliccia tradizionale. Egli stabiliva anche che i giovani candidati
al sacerdozio dovevano compiere gli studi a Saint-Jacquème (Aosta).
Questo priorato si sviluppò e divenne presto un liceo pubblico, i
cui docenti erano canonici di MontJoux. In questo periodo risiedeva
ad Aosta anche il preposito e qui si tenevano le cerimonie di
vestizione e di professione. Il periodo di noviziato invece doveva
essere trascorso come prima sul Mont-Joux. Nell’anno 1724 ricopriva
la carica di preposito il meritevole Luigi Bonifazio che fu un
superiore colto, pio, fedele al suo dovere. Durante il suo ufficio
egli fece in modo che la costituzione del 1438 fosse ripresa. Egli
mori in Aosta il 4 agosto 1728.
Da quel tempo cominciò per la congregazione un difficile periodo di
prova. I duchi di Savoia volevano far uso di un diritto usurpato di
nominare i prepositi, malgrado la resistenza della Santa Sede e dei
canonici. Inoltre i canonici stessi non si accordavano circa le
norme disciplinari a loro imposte. Per liberare la congregazione da
questo pericolo sia esterno che interno, Roma dovette intervenire
energicamente. IL papa Benedetto XIV pubblicava un decreto nel quale
si diceva che tutte le proprietà della congregazione situate sul
territorio sardo passavano all’ordine militare Mauriziano. I
canonici che abitavano in quei luoghi venivano sciolti dal loro voto
e sottomessi ai vescovi locali. Gli altri canonici, quasi tutti
vallesani, rimanevano in possesso della casa madre di Mont-Joux,
mentre la congregazione perdeva di un sol colpo la maggior parte dei
suoi beni e dei suoi membri, però rimaneva unita e liberata da ogni
intervento laico. Siccome i beni rimasti nel vescovado di Sion non
erano sufficienti a continuare il mantenimento gratuito di coloro
che chiedevano ospitalità, con il permesso del papa si iniziava una
questua in Francia, Svizzera e Germania. Dopo la bolla di
separazione del 1752, ben nove prepositi hanno diretto la
congregazione.
Uno dei più noti è Thevenot, nativo di Lothringen. Per primo egli
ottenne dalla Francia una sovvenzione annuale. Nell’anno 1762 il
papa Clemente XIII permetteva a lui ed a coloro che lo avrebbero
seguito nella carica di portare il distintivo pontificio, il
pastorale e la mitra. Luigi Luder, il quale fu preposito dal 1775 al
1803, condusse la congregazione, senza esporla a danni, attraverso i
tristi tempi della rivoluzione francese. Egli accolse Napoleone e
provvide ai suoi soldati che valicarono il passo per combattere la
battaglia di Marengo. Jean-Pierre Genoud (1814 - 1830) mori mentre
si provvedeva ad innalzare di un piano l’Ospizio e si stava per
condurre a termine la costruzione del grandioso rifugio del
Sempione. Suo successore fu Beniamino Filliez che dovette
fronteggiare le pretese del regime provvisorio dei vallesani (1847),
i quali gli chiedevano una tassa di 80.000 franchi e lo minacciavano
nel caso di rifiuto di impadronirsi di una grande parte delle
proprietà del convento situato nella valle. Nel 1888 era eletto come
preposito Teofilo Bourgeois che diresse la congregazione per ben 51
anni. A lui si deve la modernizzazione dell’Ospizio con telefono,
luce elettrica, riscaldamento centrale, rifornimenti con automezzi,
tutto ciò insomma che migliorava le condizioni di vita ad un’altezza
di 2472 metri.
Il 20 gennaio 1933 egli aveva la gioia di benedire, prima della loro
partenza, i primi missionari della congregazione diretti nel Tibet
due preti ed un laico. Grazie al suo zelo apostolico la missione
tibetana viene intensificata fino ad aggiungere, prima della sua
morte (1939), altri 4 missionari al primo gruppo.
Dal 1939 al 1952 il preposito dei canonici fu l’abate Nestor Adam,
nominato nel 1952 vescovo di Sion. Attualmente è preposito della
congregazione il reverendissimo Mgr Benoît VOUILLOZ.-
Storia del passo dalla fondazione dell’Ospizio
Fino a tutto il medioevo la più importante arteria che univa l’ovest
ed il nord Europa a Roma passava per il Gran San Bernardo. Ogni anno
infatti portava molte migliaia di viaggiatori a valicare il passo e
di pellegrini verso Roma. Tra gli ospiti più illustri che ebbero
occasione di conoscere e di approfittare dell’ospitalità dei frati
del convento ricordiamo papa Eugenio III (1148) e Clemente V (1306).
Anche molte migliaia d’artigiani e di contadini, che cercavano da un
paese all’altro un’occupazione stabile, trovarono durante il loro
passaggio la consueta cortesia e cordialità.
Nell’anno 1794, a causa degli orrori della rivoluzione francese, più
di 50.000 fuggiaschi e ricercati politici provenienti dalla Francia
valicarono il passo. Spesso eserciti completi transitarono sul
Mont-Joux.
Nel 1476, nelle vicinanze dell’Ospizio, vi fu un sanguinoso scontro
dei vallesanj contro i savoiardi ed i lombardi; le vittime furono
cosi numerose da rendersi necessaria la costruzione di un nuovo
ossario per poterle accogliere tutte. Durante il XVImo secolo ebbero
di nuovo il sopravvento i vallesani. Dal 1797 al 1802 valicarono il
Mont-Joux 150.000 soldati, tra i quali, nell’anno 1800, quelli
dell’esercito di Napoleone Bonaparte, il quale trasportò la sua
armata in Italia passando attraverso il Gran San Bernardo per
sorprendere alle spalle gli austriaci, ignari della sua rapida e
silenziosa manovra, mentre occupavano la valle padana. I 40.000
uomini varcarono le Alpi in dieci giorni portando con loro 5000
cavalli, 50 cannoni, 8 obici. Il 15 maggio le avanguardie comandate
dal generale Lannes raggiungevano l’Ospizio, mentre il trasporto dei
cannoni attraverso l’alto strato nevoso dei 2000 metri avveniva
faticosamente e per mezzo di tronchi svuotati sui quali erano fatti
scivolare. L’equipaggiamento dei soldati di Napoleone era
insufficiente infatti egli aveva loro promesso, mentre si
lamentavano per la fame ed il freddo, le scorte ed i vestiari degli
austriaci accampati al di là delle Alpi ; ma per ottenere questo
avrebbero dovuto senz’altro vincerli ed in breve tempo. L’assistenza
dei canonici dovette essere molto intensa in quel periodo per
aiutare i soldati affaticati ed esauriti. Essi ricevettero un piatto
di minestra, pane di segale, formaggio e vino e più della metà delle
truppe trovarono ricovero nell’Ospizio e perfino nella chiesa del
convento dove erano stati disposti giacigli di paglia. I canonici
davano agli ammalati i loro letti e dormivano sulle panche e sui
tavoli. Napoleone fu ospitato per tre giorni a Martigny
nell’appartamento del preposito. Il 20 maggio usci a cavallo e
ritornò all’Ospizio e la sera stessa, dopo un rapido pasto, partì
nuovamente dirigendosi ad Aosta. Il 14 giugno combatté la battaglia
di Marengo, dove uno dei suoi preferiti, il generale Desaix, trovo
una morte gloriosa mentre alla testa delle sue truppe, con la
sciabola sguainata, attaccava l’artiglieria austriaca. Per eternare
la memoria di questo giovane eroe, Napoleone volle dargli per tomba
la montagna e per custodi i monaci facendogli erigere lassù un
sepolcro monumentale.
Benché l’imperatore francese fosse un acerrimo nemico di tutti i
conventi, egli non dimenticò mai ciò che i canonici avevano fatto
per i suoi soldati e, fino al termine del suo potere, li ricompensò
divenendo un benefattore dell’Ospizio.
I canonici d’oggi
Gli uomini che appartengono all’ordine del Gran San Bernardo sono
canonici regolari secondo la regola agostiniana. Essi formano una
congregazione esente. Il loro capo è un prelato mitrato o abate,
chiamato preposito. Egli è scelto dal capitolo dei canonici e la sua
nomina, che dura tutta la vita, è immediatamente sottoposta al
parere della Santa Sede. Egli solitamente risiede nella prepositura
di Martigny dove furono trasferiti recentemente dall’Ospizio del
Gran San Bernardo il noviziato, la filosofia e la teologia e dove
pure sorge una casa di riposo per i vecchi canonici.
Il primo dignitario, dopo il proposito, è il priore del Gran San
Bernardo. Gli altri dignitari dell’Ospizio sono l’infirmarius che è
responsabile delle camere e degli ammalati, l’elemosinarius che
riceve i passanti, il claviger (l’economo) al quale compete
l’amministrazione delle finanze e la dispensa. La congregazione
conta attualmente una cinquantina di membri, novizi compresi. Alcuni
canonici reggono le nove parrocchie che sono sottoposte alla
prepositura o lavorano come predicatori, missionari, professori,
ecc. La maggior parte dei canonici e dei laici trascorrono alcuni
anni sul Gran San Bernardo, che è anche casa madre, alcuni
rimanendovi anche oltre venti anni.
Da tempo quelli che vivono nell’Ospizio si sono dedicati oltre che
agli studi di carattere religioso anche alle scienze naturali quali
la botanica, l’entomologia e la geologia. Uno di loro, il canonico
Murith (1742 - 1816), divenne famoso anche all’estero, come
botanico, mentre attualmente sono noti i canonici Favre e Cerutti ai
quali si unisce l’oblato Farquet (1945) per l’entomologia e la
botanica. Nell’Ospizio si può visitare un piccolo museo storico e di
scienze naturali. Le osservazioni metereologiche sono eseguite dal
1817 e giornalmente telegrafate alla stazione di Zurigo. Qualche
visitatore del Gran San Bernardo è dell’opinione sbagliata che i
monaci siano infelici e da compiangere per il totale isolamento nel
quale vivono durante l’inverno. Infatti il paesaggio è nudo e
selvaggio, l’inverno rigidissimo ed il soggiorno a quell’altezza
pericoloso e difficile. Ma i canonici amano tutto ciò la montagna,
quasi sempre incappucciata di neve, con tutti i suoi pericoli e con
la sua bellezza sempre nuova ed imprevedibile, conduce più
facilmente a Dio ed alla sua santità e permette una esplicazione più
ordinata delle attività proprie dei conventi.
Le strade del Signore sono cosi numerose ! Più un’anima si sacrifica
e rinuncia per Dio, più lo trova, e ciò dà all’umanità maggior gioia
di vivere che non tutto l’effimero splendore del mondo.
L’ospitalità ai turisti e le opere di soccorso
Compito dei canonici, oltre alla preghiera, è di essere d’aiuto con
ogni mezzo ai viaggiatori che transitano sul passo.
Ecco il loro statuto « ... debbono provvedere cibi, vestiario ed
ogni altra cosa necessaria ai viaggiatori, specialmente se poveri ».
Da quando è entrata in funzione la ferrovia e dopo lo sviluppo della
rete stradale e il traforo, il compito dell’Ospizio naturalmente
molto diminuito ; se però si presenta un’occasione di soccorso essa
viene immediatamente assolta senza badare alla religione, alla
professione od alla nazionalità di coloro che hanno bisogno. Ancora
oggi esiste della gente povera che è costretta a valicare il passo a
piedi ; a volte sono profughi, a volte emigranti in cerca di lavoro,
contrabbandieri sorpresi dalla tormenta, guardie di confine e
turisti ; qualche volta sono più di cinquanta in un giorno.
L’ospitalità praticata è particolarmente necessaria durante i mesi
invernali infatti l’alta montagna richiede, per tutti i pericoli che
presenta, particolari misure di soccorso. Telefonicamente l’Ospizio
avvisa i sottostanti villaggi di Bourg-Saint-Pierre e Saint-Rhémy
che il passo è chiuso al transito fino a che l’enorme massa di neve
che ricopre entrambi i lati dell’Ospizio non si sia assestata o non
si sia staccata per le valanghe. Oltre a ciò, tutti i passanti sono
pregati di annunciare telefonicamente all’Ospizio il loro passaggio
in modo che, se è richiesto, un canonico può andare loro incontro
con un servo che porta cibo, bevande ed equipaggiamento. Cosi, dopo
averli incontrati, egli fa loro da guida conducendoli al passo senza
il rischio d’incidenti che con questo sistema sono molto diminuiti.
Se però qualche cosa succedesse al viaggiatore, nonostante
l’assistenza, gli abitanti dell’Ospizio possono essere messi in
allarme mediante una segnalazione di S.0.S. trasmessa da una delle
cabine telefoniche che si trovano lungo il cammino. Il percorso più
sicuro tra la neve profonda è segnato da lunghi pali che hanno
concorso a salvare la vita ad innumerevoli persone.
Prima dell’invenzione del telefono, ogni giorno, con qualsiasi
condizione atmosferica, due uomini dell’Ospizio dovevano, dal 11
novembre al 1mo maggio, scendere dai due lati del rifugio per
soccorrere eventuali viaggiatori, confortarli con il cibo, aprire
loro il cammino ed essere d’aiuto in ogni modo. Era questo un lavoro
molto pericoloso che nei secoli ha voluto parecchie vittime infatti
le due valli, ai lati del passo, sono particolarmente difficili
perché per una lunghezza di 8 chilometri offrono una condizione
favorevole alle valanghe. Ma grazie a tante misure precauzionali ed
alla profonda conoscenza del fenomeno nevoso da parte dei canonici,
solo 200 vittime, compresi gli abitanti dell’Ospizio infortunatisi,
hanno funestato gli ultimi 200 anni. Nel caso che i parenti non
richiedano la salma, essa viene messa nell’ossario che si trova a
breve distanza dalla chiesa del convento. Si lega la salma in piedi
ad un palo o ad un’asse (a causa dell’altitudine il freddo e l’aria
povera d’ossigeno la conservano per molti anni intatta), quindi la
salma, che si è asciugata lentamente, cade in polvere. Un altro tipo
di cimitero, in questo deserto povero di terra, sarebbe impossibile.
I cani del San Bernardo
E’ stato scritto molto di buono e di lodevole sui cani oggi famosi
in tutto il mondo, ma purtroppo anche molto di fantastico.
Accontentiamoci di qualche notizia esatta.
Questa razza non è da considerarsi, com’è ora consuetudine,
d’origine svizzera, bensì orientale giunta quassù al seguito delle
truppe romane d’occupazione. Alcuni di questi esemplari furono
donati ai canonici non si sa precisamente quando, ma senza dubbio da
alcune centinaia d’anni. Dapprima furono impiegati come cani da
guardia o per girare la mola, poi con il tempo i cani si adattarono
al freddo intenso, all’enorme quantità di neve (essi possono
rimanere nella neve con 20 gradi sotto zero per alcune ore), alla
grande altitudine ed alle speciali condizioni della montagna. Hanno
gambe corte, molto7 robuste, zampe larghe, petto forte ed ampio,
pelo corto molto fitto, cuscinetti di grasso. Sono dotati di un
fiuto eccezionale che permette loro, con il vento favorevole, di
annunziare l’arrivo di viaggiatori che ancora si trovano a qualche
chilometro di distanza. Il loro senso d’orientamento, anche durante
la notte, con neve, nebbia, bufera, è infallibile. Posseggono uno
speciale istinto che permette loro di evitare le valanghe che stanno
per staccarsi.
Tutte queste qualità preziose dei cani del San Bernardo furono
presto individuate ed utilizzate.
I cani del San Bernardo furono ammaestrati soprattutto a ritrovare
nella notte, tra le valanghe, il cammino sicuro, il cosiddetto «
pion » fosso o sentiero composto di neve fortemente compressa e
battuta che dal fondo della valle portava sul passo.
I cani, uno dopo l’altro, dovevano preparare il « pion » calpestando
e livellando la neve molto profonda.
A questo scopo servivano loro il petto e le larghe zampe. Dopo di
loro seguivano i viaggiatori che potevano cose incamminarsi più
celermente e con maggior sicurezza, uno dietro all’altro. Questi
erano i compiti principali dei cani canonici e turisti erano, con
matematica certezza, sempre ricondotti, dal loro senso
d’orientamento veramente eccezionale, sul cammino sicuro verso
l’Ospizio. A questo modo, i bravi cani hanno salvato la vita a
centinaia di persone. Solo uno o due della muta dei cani sono
ammaestrati per compiti più specifici come il ritrovare viaggiatori
che si sono perduti allontanandosi dall’abituale sentiero, oppure il
riportare alla superficie coloro che sono stati investiti da una
valanga e coperti da enormi masse di neve. Questo ultimo caso però è
molto difficile da riscontrarsi, perché assai raro. I cani del San
Bernardo sono altresì cani da guardia di molto valore e più di una
volta hanno tenuto a bada intere bande di predoni. Per secoli essi
svolsero le loro mansioni come ogni altro animale domestico, senza
che alcuno pensasse di lodare in modo speciale il loro operato e di
narrarne la storia. Questo fino a che gli inglesi, grandi amici dei
cani, incominciarono a praticare gli sports della montagna anche
sulle Alpi, e vedendo i cani dei San Bernardo attirarono
l’attenzione di tutto il mondo su di essi.
Altre caratteristiche della loro razza sono muso corto, cranio
rotondo, pelo rosso-bruno con strisce bianche sopra la fronte ed
intorno al collo fino al petto, zampe e coda bianche; il peso varia
dai 50 ai 90 chilogrammi a seconda del sesso. Presi singolarmente i
cani del San Bernardo sono pacifici e buoni, ma nella muta possono,
nei giorni molto caldi, diventare irritati è pericolosi per gli
stessi uomini. Questa ultima particolarità, che è comune a tutti i
cani che vivono in muta, ha procurato ai canonici, negli ultimi
anni, con l’intenso traffico turistico, preoccupazioni notevoli. I
monaci, per evitare lo svantaggio di un grosso allevamento
(sterilità, degenerazione), hanno ridotto il numero ad una muta di
10 - 12 cani che in ogni modo sono sufficienti per soddisfare ai
disagi di cui parlavamo prima. Il valore sociale di questa razza si
è però quasi completamente annullato con l'uso degli sci quale mezzo
di trasporto. Solo raramente si ricorre ai cani del San Bernardo per
un turista che si e smarrito, per un contrabbandiere, per un
ricercato. Anche questi cani, come molti altri, dovranno un giorno
forse non lontano essere sacrificati all’inesorabile passo della
tecnica moderna.
La missione del Tibet
Tutti gli amici delle Alpi non dimenticheranno molto rapidamente il
grande alpinista ed ancor più grande pontefice Pio XI. Egli fu,
finché visse, un nobile amico ed un protettore dei Canonici del Gran
San Bernardo. Nell’anno 1932 egli chiamò i canonici a cooperare
all’evangelizzazione del lontano Tibet. Così, nel 1933, essi
ricevettero un territorio di missione, una montagna alta e
selvaggia, in parte ancora inesplorata, che si alzava sul Tibet
proibito, il Tibet cinese, e la Birmania superiore. Un triangolo di
terra dove i fondovalle raggiungono i 1000 metri, e le cime più alte
sovrastano i 7000 metri, abitato da una popolazione mista, la
maggior parte della quale è composta da tibetani, ma anche da caste
antiche e poverissime, duramente vessate da cinesi, tibetani e
birmani, e in procinto di estinguersi. Appena una via, che è un
sentiero, ed arditi viottoli attraversano il paese raggiungendo i
6000 metri per alti passi invalicabili e superando imponenti fiumi
di montagna, privi di ponti. Per varcare il letto ove scorre
impetuosa l’acqua, ci si lascia penzolare nell’aria attaccati ad una
grossa fune di bambù. Gli abitanti sono in genere persone dure,
prive di pietà verso i deboli, abituate alla lotta senza quartiere
per la conservazione della propria vita in mezzo a condizioni
d’esistenza veramente drammatiche. Solo con la grazia di Dio e con
l’esempio dell’amore cristiano verso il prossimo si può tentare di
intenerire tali cuori di pietra. Potranno i canonici fare ciò, per
mezzo della loro specifica conoscenza dell’alta montagna? Lo
potranno con l’aiuto di Dio e con l’aiuto attivo di tutti gli amici,
svizzeri e stranieri, del Gran San Bernardo, poiché l’attività
missionaria in tale territorio costa molti uomini e molto denaro.
Dal 1932 al 1947 sono emigrati nel lontano Tibet 11 canonici dei
quali tre, dopo 10 anni di soggiorno laggiù, dovevano essere
rimpatriati perché ammalati. Uno di loro però annegava durante la
traversata di uno dei pericolosi fiumi della montagna egli fu la
prima vittima per il Tibet. La persecuzione del 1949 volle un’altra
vittima nella persona del padre Maurice Tornay ed allontanò i
canonici dal Tibet, i quali ora svolgono, nell’attesa, il loro
compito missionario nell’isola di Formosa.
Progetti per il futuro
E’ corsa voce che, ben presto, almeno durante l’inverno, i religiosi
se ne sarebbero andati dall’Ospizio. Infatti già dal 1947 il
seminario si era trasferito nella pianura e, a sua volta, nel 1959
il noviziato aveva lasciato l’Ospizio per località di clima più
mite. Ma la congregazione non ha mai pensato seriamente di
abbandonare questi luoghi resi santi dai sacrifici e dalle virtù del
suo fondatore. A meno che non si presentino circostanze eccezionali
ed imprevedibili, una comunità continuerà, come per il passato, ad
accogliere i viaggiatori in transito ed a cantare le lodi di Dio.
Ci si può chiedere « Perché ostinarsi a mantener in efficienza un
rifugio che non ha più ragione di essere » « E’ vero! L’Ospizio non
è più, come un tempo, la tappa obbligatoria delle numerosissime
carovane che passavano le Alpi. Ora i paesi del nord sono uniti alle
sponde del Mediterraneo per mezzo di linee ferroviarie rapide e
sicure. Durante l’estate strade magnifiche sono aperte al traffico e
permettono agevolmente di valicare i passi mentre alberghi ospitano
turisti che desiderano fermarsi.
Il genere d’ospitalità istituita da S. Bernardo in un’epoca lontana
era allora perfettamente idonea alle esigenze del tempo. Ma oggi
sarebbe ridicolo rimpiangere le difficoltà d’altri tempi rinnegando
il progresso che vi ha portato un rimedio. In estate solo la
curiosità spinge la maggior parte dei turisti ad entrare
nell’Ospizio. Tuttavia, ogni giorno, gente di limitate possibilità
economiche chiede da mangiare o di essere ospitata. A volte sono 10
persone, a volte 100 e più famiglie, comitive scolastiche, società.
La quota richiesta è modesta e sempre proporzionata ai loro mezzi.
Lo stesso avviene durante l’inverno, cioè per otto mesi all’anno,
quando tutti sono alloggiati semplicemente, come in un qualsiasi
rifugio di montagna dove l’ospitalità cordiale e spontanea fa
dimenticare la mancanza di comodità. Oltre a ciò esiste un’altra
ragione che ci spinge a mantenere quassù in efficienza una comunità
religiosa tra breve millenaria. Le collezioni d’oggetti raccolti nel
museo dell’Ospizio provano che il colle del Mont-Joux, abitato fin
dalle epoche più remote, fu sempre un luogo di preghiera e di
sacrificio alla divinità originariamente agli idoli e poi, grazie
all’intervento di S. Bernardo, al vero Dio.
Potremo osare noi interrompere le lodi che da questa montagna
s’innalzarono nel tempo a Dio? Abbandoneremo questa antica casa di
preghiera per fondarne un’altra altrove? E allora dovremo pensare
che la preghiera sia diventata un lusso inutile in questo nostro
secolo distratto ed instabile? No. Non vogliamo assumerci la
responsabilità di una tale rinuncia ed è con gioia che noi
continuiamo a vivere in questo antico monastero per celebrarvi il
sacrificio della messa e perpetuarvi l’ufficio divino. Inoltre ci
impone di vivere quassù un’altra ragione, questa volta non
sentimentale ma imperiosa, poiché ci viene dall’autorità suprema
della Chiesa. S. Bernardo è stato solennemente proclamato patrono
degli alpinisti e degli abitanti della montagna e perché una
decisione tanto importante abbia un’attuazione pratica è necessario
che i fedeli ne siano informati, che sia conosciuto l’eroe delle
Alpi. E chi meglio della comunità dell’Ospizio, dei suoi figli
spirituali che hanno l’immensa felicità di vivere nella sua casa,
potrebbero farlo conoscere ?
L’alpinismo si è molto sviluppato in questo nostro tempo. Sotto
forme diverse quali lo sci, le escursioni, le scalate, è divenuto
uno degli sports più popolari. Per alcuni, partire per la montagna
significa dimenticare per un poco tutti gli assillanti problemi
della vita di un giorno, per altri è un balsamo per la salute
malferma, per altri ancora una scuola di formazione di carattere, di
padronanza di sé.
Alcuni canonici dell’Ospizio hanno voluto praticare, per farsene
un’utile esperienza, l’alpinismo moderno. Hanno partecipato a corsi
d’addestramento al salvataggio indetti da svariate associazioni.
Altri hanno frequentato con passione le lezioni per le guide
sostenendo gli esami e meritandosene il titolo ed ora sono in grado
di assolvere con maggior competenza gli incarichi che sono loro
affidati.
A questo punto ci si può chiedere « Ma l’alpinismo è soltanto questo?
Uno sport più completo degli altri? Può esso offrire alimento alla
vita spirituale? Può integrarsi in una vita cristianamente vissuta?
La questione merita di essere esaminata a fondo. Il papa Pio XI ha
voluto dare un protettore a tutti coloro che frequentano la montagna,
ma soprattutto ha voluto indicare un modello di vita.
E’ evidente che l’eroe delle Alpi, colui che è l’onore e la luce del
nome cristiano » (lettera del Sommo Pontefice), ha cercato nella
montagna altra cosa che non sia l’esibizionismo, il piacere
dell’evasione o una cura per la salute. Vi ha trovato il
raccoglimento, il distacco dalle cose umane, l’amore del prossimo.
Continuare l’opera di S.
Bernardo là dove egli ha vissuto, apportandovi le modifiche che
il nostro tempo esige, continuare ad offrire il sacrificio ed a
cantare le lodi di Dio; tentare di meglio comprendere il vero
volto della montagna, le sue risorse umane e spirituali ; dare
agli alpinisti che lo desiderano l’occasione di incontrarsi, di
pensare insieme, di unire le loro esperienze per vivere una vita
cristiana più completa è in questo senso che vuole orientarsi la
vita dell’Ospizio, nella fedeltà al suo fondatore e nell’intento
di adattarsi alle condizioni attuali.
© Copyright : Association Pro-Gd-St-Bernard, CH
1920 Martigny
|